AllCategoria A - ProdottiCategoria B – MaterialiCategoria C - Processi
Miguel Pulido Sotelo (Spagna)

Accampamento turistico a Edrada

Alessandro Sonsini (Italia)

Bozzolo primordiale

Opera “Frammento” di Gianluca Solla in Italia
Gianluca Solla (Italia)

Frammento

Lavatoio di Gioia Sannitica progettato da Alfonso Morone in Italia
Alfonso Morone (Italia)

Lavatoio di Gioia Sannitica

Struttura “Lebensturm” (Torre della vita) progettata da Christoph Hesse, Michela Quadrelli e Alessandro Putti
Christoph Hesse (Germania), Michela Quadrelli (Italia), Alessandro Putti (Italia)

Lebensturm: “Torre della vita”

Installazione “TRAMA-MARO Flux Filter” progettata da Mara Francesca Senatore, Theresa Makula ed Eleonora Volpe
Mara Francesca Senatore (Italia), Theresa Makula (Austria), Eleonora Volpe (USA)

TRAMA-MARO Flux Filter

Installazione “Un Tempo” di Anna Fabrizi in Italia
Anna Fabrizi (Italia)

Un Tempo

Installazione “Tra Transumanza e Memoria Collettiva” di Francesco Battaglia, vincitore della Categoria A
Francesco Battaglia (Olanda)

Tra Transumanza e Memoria Collettiva
Vincitore Categoria A

Installazione “Keratin BioMulch” di Gianluca Rinaldi e Gianluca Solla
Gianluca Rinaldi e Gianluca Solla (Italia)

Keratin BioMulch

Installazione “Light Matter” di Deborah Abate, Laura Festa e Simona Nappa
Deborah Abate, Laura Festa e Simona Nappa (Italia)

Light Matter

Installazione “Natura. Trame. Colori” di Angela Vinciguerra e Maria Tirotta
Angela Vinciguerra e Maria Tirotta (Italia)

Natura. Trame. Colori.

Installazione “Olea Mucrae” di Davide Viggiano, vincitore della Categoria B
Davide Viggiano (Italia)

Olea Mucrae
Vincitore Categoria B

Installazione “The Flock” di Karl Logge e Marta Romani, menzione speciale
Karl Logge (Australia), Marta Romani (Italia)

The Flock
Menzione speciale

Installazione “Designing rural metabolism” di Carme Verdeguer Aguiló, Christoph Hafner e Alessandro Caviasca
Carme Verdeguer Aguiló, Christoph Hafner, Alessandro Caviasca (Spagna)

Designing rural metabolism

Installazione “Funghi del piede” di Gabriella Crisci
Gabriella Crisci (Italia)

Funghi del piede 

Installazione “G.R.E.E.N. - Gran Riciclo Eco Etico Naturale” di Angie Bruno
Angie Bruno (Italia)

G.R.E.E.N. – Gran Riciclo Eco Etico Naturale

Installazione “KOBO” di Fabio della Ratta e Muhammed Cessay
Fabio della Ratta (Italia) e Muhammed Cessay (Gambia)

KOBO

Installazione “Lana del bosco. Dalla pecora allo schermo” di Diana Biscaioli
Diana Biscaioli (Italia)

Lana del bosco. Dalla pecora allo schermo

Installazione “Meitheal” di Karl Logge e Marta Romani
Karl Logge (Australia), Marta Romani (Italia)

Meitheal

Installazione “Pasto Crudo” di Antonio Altilia, Barbara La Ragione, Valeria Calcagno e Annamaria Mastrantuono
Antonio Altilia, Barbara La Ragione, Valeria Calcagno e Annamaria Mastrantuono (Italia)

Pasto Crudo

Installazione “PEZZE'NTRAME(NTE)” del collettivo quiDOVE
Collettivo quiDOVE

PEZZE’NTRAME(NTE)

Installazione “Platanera Lab” di Pilar Ureña Escariz e Giuliana Conte
Pilar Ureña Escariz (Spagna) e Giuliana Conte (Italia)

Platanera Lab

Installazione “RiCucio - Storie di ripartenza” della Cooperativa ICare
RiCucio - Storie di ripartenza - Cooperativa ICare (Italia)

RiCucio

Installazione “Ruralnauti” di Officine Urbane
Officine Urbane (Italia)

Ruralnauti

Installazione “Scampoli di memoria” di Ines Fontana ed Edoardo Pernici
Ines Fontana ed Edoardo Pernici (Italia)

Sul filo della memoria

Installazione “The Future is Transhumance” di Claire Hanly e Marco Santini
Claire Hanly (USA) e Marco Santini (Italia)

The Future is Transhumance

Installazione “IN-Thèrra” di Filippo Clemente e Davide De Carli, vincitori della Categoria C
Filippo Clemente e Davide De Carli (Italia)

IN-Thèrra
Vincitore Categoria C

Miguel Pulido Sotelo (Spagna)

Accampamento turistico a Edrada

Il progetto nasce dalla crescente pressione che il turismo esercita su territori rurali, dove il sovraffollamento stagionale, la concentrazione di visitatori e la mercificazione del paesaggio stanno progressivamente alterando gli equilibri ecologici, sociali e produttivi. In risposta a questa condizione, la proposta esplora un modello alternativo di abitazione basato sulla decentralizzazione, l’autosufficienza e la cura del territorio a lungo termine.

Situato nel paesaggio rurale di A Edrada (Parada de Sil, Spagna), il progetto propone un campeggio turistico su piccola scala, concepito come un sistema architettonico disperso e a basso impatto, inserito all’interno del metabolismo di un ecosistema montano. Invece di concentrare queste attività in nodi urbani, il campo distribuisce l’abitare sul territorio, riducendo la pressione sugli insediamenti esistenti e favorendo un rapporto più lento e consapevole con il paesaggio.

L’impiego di sistemi costruttivi leggeri e reversibili favorisce l’autocostruzione, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e recuperare il sapere rurale locale. Il progetto gestisce energia, acqua e rifiuti in modo circolare, prevede il ripristino dei campi abbandonati per la coltivazione e attività didattiche, in una sintesi tra architettura, agricoltura e formazione ecologica. Finanziato e comunicato attraverso piattaforme digitali, il progetto evolve e innova la condivisione delle conoscenze, che trasferisce oltre la dimensione locale.

Alessandro Sonsini (Italia)

Bozzolo primordiale

Bozzolo primordiale è un prodotto di Rural Design ma anche un dispositivo progettuale che definisce il suo campo di appartenenza nel territorio ibrido tra oggetto e architettura, tra arte pubblica e design sistemico.

Il progetto mette in relazione le tecniche tradizionali dell’intreccio con i linguaggi del design e delle arti contemporanee, senza alterarne i principi costruttivi originari. Valorizza la versatilità estetica, funzionale e simbolica dell’intreccio, reinterpretando saperi artigianali, tecniche e materie prime del mondo rurale e applicandoli a contesti artistici e progettuali attuali. La scelta dell’intreccio è una strategia culturale: il gesto antico diventa infrastruttura contemporanea e l’opera non rappresenta il territorio ma lo attiva.

I materiali utilizzati sono prevalentemente naturali (salice, giunco, bambù, canapa e legno di castagno), tradizionalmente impiegati per la realizzazione di contenitori funzionali e decorativi. Le tecniche di intreccio tradizionali vengono applicate a nuovi ambiti di utilizzo, dando origine a oggetti estetici e/o d’uso corrente caratterizzati da forme anticonvenzionali rispetto ai modelli tradizionali.

Sul piano sistemico, il progetto si configura come dispositivo di attivazione territoriale; attraverso sei azioni integrate, il progetto mira a costruire una nuova filiera locale, riattivare competenze artigianali e produttive, generare opportunità occupazionali e rafforzare l’identità territoriale.

Opera “Frammento” di Gianluca Solla in Italia

Gianluca Solla (Italia)

Frammento

Una seduta modulare in cemento nata dal recupero di scarti edilizi (coppi, laterizi e frammenti di demolizioni), reinterpretati come nuova materia per l’arredo di spazi pubblici e rurali. Questi residui, normalmente destinati alla discarica, vengono raccolti, frantumati e riutilizzati come aggregati nell’impasto cementizio: in questo modo, lo scarto diventa risorsa attiva di un nuovo ciclo materiale che conserva sulla superficie le tracce visibili della propria origine.

Frammento è un modulo triangolare, unità minima che permette di generare configurazioni diverse: sedute lineari, composizioni quadrate o esagonali. Il sistema è aperto e adattabile a contesti differenti, l’oggetto si muove così nel confine tra dimensione rurale e urbana, contribuendo a creare continuità tra paesaggio, architettura e comunità.

Il progetto interpreta il concetto di metabolismo territoriale attraverso due livelli complementari: da un lato la trasformazione e la re-immissione nel ciclo produttivo di materiali di scarto; dall’altro la possibilità di generare nuove configurazioni spaziali attraverso la modularità.

Accanto alle sedute, il progetto presenta campioni materici che mostrano le varianti cromatiche ottenute dai diversi frammenti. L’innovatività risiede proprio nell’integrare il recupero di inerti con il design modulare, riducendo l’uso di nuove risorse e il conferimento in discarica, rendendo al contempo riconoscibile il processo di trasformazione della materia stratificata.

Lavatoio di Gioia Sannitica progettato da Alfonso Morone in Italia

Alfonso Morone (Italia)

Lavatoio di Gioia Sannitica

Il progetto assume il design come pratica sistemica capace di connettere dimensione ambientale, patrimonio materiale e memoria sociale, rendendo visibili relazioni e narrazioni.

Il progetto intende valorizzare l’acqua come elemento identitario e simbolico capace di rafforzare il senso di appartenenza di una comunità oggi segnata da una progressiva marginalizzazione. Cuore dell’intervento sono i diciannove lavatoi storici disseminati nel Comune di Gioia Sannitica (CE), microarchitetture che oltre alla funzione di servizio hanno rappresentato per generazioni spazi di socialità e costruzione identitaria collettiva e in particolare femminile. Il rito del lavaggio dei panni ha rappresentato per generazioni di donne del paese, uno dei pochi momenti di autonomia rispetto al controllo domestico e familiare.

L’intervento si configura come un sistema integrato di documentazione-attivazione (videointerviste, memoria orale, identità visiva, mappa digitale, installazione temporanea multimediale, light design), che consente di reinterpretare i lavatoi come dispositivi sociali e simbolici.

L’insieme delle azioni configura un sistema integrato di artefatti materiali e immateriali che potrebbe evolvere in un piccolo sistema-prodotto; questa evoluzione ”aperta” è espressione e parte dell’innovazione del processo.

Struttura “Lebensturm” (Torre della vita) progettata da Christoph Hesse, Michela Quadrelli e Alessandro Putti

Christoph Hesse (Germania), Michela Quadrelli (Italia), Alessandro Putti (Italia)

Lebensturm: “Torre della vita”

Il progetto configura una piccola architettura ispirata al concetto tedesco di Lebensturm, letteralmente “Torre della Vita”: una struttura, solitamente verticale, autocostruita impiegando materiali di riuso, realizzata con l’intento di aumentare la biodiversità di un luogo e di offrire habitat a diverse specie animali.

Per la Tammaro Rural Design Week è stata presentata una reinterpretazione della Lebensturm come dispositivo ecosistemico capace di attivare relazioni multilivello tra specie differenti. Si tratta di un’infrastruttura minima che assume il metabolismo rurale quale matrice operativa, ponendosi come catalizzatore di processi ecologici e sociali. L’architettura è concepita come organismo poroso e stratificato, articolato in tre ecosistemi interdipendenti, ciascuno dei quali, realizzato con materiali dell’area – una struttura a secco composta da rami, mattoni di riuso, pietre e scarti di origine vegetale; una piattaforma minima, sospesa e protetta; una copertura con fasci di paglia – configura l’intero progetto come sistema misto di coesistenza e condivisione, in cui animale umano e animale non umano partecipano alla medesima infrastruttura spaziale senza sovrapposizioni gerarchiche. La piccola architettura assume dunque il ruolo di interfaccia ecologica: un artefatto capace di mediare tra costruito e naturale, tra permanenza e trasformazione, generando un nuovo paradigma di abitare fondato sulla reciprocità, sulla rigenerazione e sulla continuità dei cicli vitali.

Installazione “TRAMA-MARO Flux Filter” progettata da Mara Francesca Senatore, Theresa Makula ed Eleonora Volpe

Mara Francesca Senatore (Italia), Theresa Makula (Austria), Eleonora Volpe (USA)

TRAMA-MARO Flux Filter

TRAMA-MARO Flux Filter è un dispositivo di progettazione rigenerativa che trasforma due biomasse locali – lana ovina grezza e salice ripariale – in un sistema di filtrazione dell’acqua. Reperendo la lana dai pastori locali, il progetto muta un onere economico in risorsa ecologica, attivando un metabolismo rurale che riconnette agricoltura ed ecosistemi fluviali.

Intrecciando artigianato e scienza, l’installazione rende tangibile una minaccia ecologica nascosta. Il filtro è un “setaccio” visibile che documenta la salute del fiume, rendendo accessibile alla comunità il metabolismo invisibile del territorio.

Il kit modulare integra sapienza artigianale e ingegneria biomimetica: un’anima funzionale in lana e sughero è protetta da un esoscheletro in salice, capace di trattare l’intera colonna d’acqua. Il dispositivo funge da interfaccia tra scienza e territorio: l’ancoraggio di precisione garantisce la tracciabilità dei dati, mentre gli indicatori biomorfici (Salamandra salamandra, Euplagia quadripunctaria) trasformano lo strumento in simbolo della biodiversità locale.

Il design modulare consente di configurare il dispositivo in base alle specifiche esigenze idrauliche ed ecologiche dei diversi ambienti acquatici della Valle del Tammaro.

Il TRAMA–MARO Flux Filter rappresenta un modello economico, scalabile e replicabile, che dimostra come il design sistemico possa trasformare gli “scarti” territoriali in una risorsa vitale per il riequilibrio ecologico.

Installazione “Un Tempo” di Anna Fabrizi in Italia

Anna Fabrizi (Italia)

Un Tempo

L’opera trasferisce la figura della clessidra in un timbro: matrice simbolica capace di restituire una visione del tempo lenta, ciclica e comunitaria. Il segno si articola in tre varianti dedicate a specifiche dimensioni del fare: tempo per germogliare, tempo per scorrere, tempo per costruire. Come il segno anche la componente cromatica richiama elementi del paesaggio rurale, come il grano, la terra, l’acqua e le fibre naturali, contribuendo a rafforzare il legame tra segno, materia e territorio.

L’opera è concepita come uno strumento modulare. Utilizzato singolarmente, il timbro mantiene la propria leggibilità figurativa; ruotato e ripetuto, si trasforma in una texture decorativa continua. Questa natura ritmica lo rende ideale per personalizzare tessuti della convivialità – tovaglie, sacchi per il pane – legandosi al tempo della lievitazione e del nutrimento.

Oltre l’aspetto grafico, il progetto ha una dimensione laboratoriale e collettiva. Attraverso tecniche accessibili come la xilografia e l’uso di tessuti riciclati dalla comunità, il timbro genera identità e appartenenza. L’innovazione risiede proprio nel reinterpretare un procedimento tradizionale come la stampa manuale in dispositivo aperto, capace di unire artigianato, autoproduzione, riuso dei materiali e coinvolgimento della comunità.

Installazione “Tra Transumanza e Memoria Collettiva” di Francesco Battaglia, vincitore della Categoria A

Francesco Battaglia (Olanda)

Tra Transumanza e Memoria Collettiva
Vincitore Categoria A

Esplora la relazione tra comunità locale, pastorizia e transumanza, tra passato e presente, seguendo alcune domande: quale rapporto esiste tra la comunità locale e la pastorizia? Sono ancora utilizzati gli antichi percorsi di transumanza? Esistono nuovi tratturi formatosi in periodi recenti? Quali sono le tracce lasciate nel paesaggio naturalistico? Quali sono le influenze sulla cultura e sulla memoria collettiva?

Il progetto mira a instaurare un dialogo attivo con la comunità locale e a far emergere narrazioni passate, storie e aneddoti. Le conversazioni verranno avviate a partire dal tratturo storico Pescasseroli–Candela, ma andranno anche alla ricerca di possibili nuovi percorsi praticati dalle attività contemporanee. Le testimonianze spaziano dal racconto diretto dei pastori ancora attivi sul territorio a leggende tramandate per generazioni, fino a ricordi personali e a materiali visivi come oggetti, fotografie, dipinti e disegni che legano la comunità alla pastorizia, per costruire un archivio digitale consultabile e aggiornabile nel tempo.

La scelta di questo mezzo nasce dall’esigenza di creare un ecosistema partecipativo per la costruzione di una memoria collettiva in continua evoluzione, scandito da tre fasi: 1) Tavolo Raccolta Storie; 2) Creazione Archivio Digitale; 3) Camminata Collettiva e Mappa Cartacea, che traccerà i tratturi sul territorio e una cartografia emotiva composta da luoghi chiave legati alla memoria collettiva su questi temi.

L’innovatività del progetto risiede nell’attivazione contemporanea di una pratica storica come la transumanza attraverso dispositivi di partecipazione collettiva. Il progetto non si limita alla documentazione delle memorie locali, ma propone un processo di co-creazione con la comunità, trasformando testimonianze orali, materiali visivi e luoghi significativi in un archivio digitale partecipativo. La camminata collettiva sul tratturo e la costruzione di una mappa del territorio diventano strumenti per riattivare il rapporto tra comunità, paesaggio e memoria.

Installazione “Keratin BioMulch” di Gianluca Rinaldi e Gianluca Solla

Gianluca Rinaldi e Gianluca Solla (Italia)

Keratin BioMulch

Il progetto propone lo sviluppo di un telo agricolo biodegradabile a base di cellulosa arricchito con cheratina, concepito come materiale capace di partecipare al metabolismo dei sistemi rurali.

L’agricoltura contemporanea fa ampio uso di teli plastici per la pacciamatura, utili per il controllo delle infestanti e la conservazione dell’umidità del suolo ma basati su polimeri di origine fossile che generano rifiuti e costi di smaltimento. Parallelamente, il sistema agroalimentare produce grandi quantità di residui proteici, tra cui le piume avicole, spesso trattate come rifiuti speciali e destinate a processi di smaltimento.

Il progetto – sviluppato in collaborazione con Gianluca Solla – mette in relazione questi due flussi di materia, trasformando uno scarto organico in una risorsa agricola. La cheratina delle piume, ricca di azoto, viene integrata in una matrice cellulosica per creare un telo che, oltre alla pacciamatura, restituisce nutrienti al terreno degradandosi. Il telo agisce quindi come dispositivo agro-ecologico per la protezione del suolo, la biodegradazione senza residui e il rilascio di azoto organico, riducendo la dipendenza da fertilizzanti sintetici.

L’innovazione del progetto risiede nella composizione del materiale e nella riconfigurazione dei flussi tra sistemi diversi, chiudendo il ciclo dei nutrienti. Il processo promuove la sostenibilità e la rigenerazione rurale valorizzando materiali bio-based e risorse locali.

Installazione “Light Matter” di Deborah Abate, Laura Festa e Simona Nappa

Deborah Abate, Laura Festa e Simona Nappa (Italia)

Light Matter

Light Matter è un progetto di ricerca sul biomateriale che esplora nuove possibilità per la sostituzione dei componenti plastici decorativi tramite risorse naturali e rinnovabili, mettendo in relazione produzione e riuso di scarti alimentari, radici di barbabietola e curcuma, valorizzate come pigmenti naturali.

Il materiale è parte di un sistema territoriale dove risorse e processi produttivi dialogano. La ricerca propone un tessuto sperimentale come alternativa ai sintetici, concentrandosi sulla sostituzione delle paillettes in plastica con micro-componenti modulari in biopolimero biodegradabile.

Il materiale, un biopolimero a base di gelatina, amido, glicerina e acqua, colorato con estratti vegetali tramite processi low-tech, permette diverse finiture sensoriali e la creazione di superfici tessili modulari unendo fabbricazione digitale (taglio laser) e artigianato con applicazione dal design tessile al product design. Nel caso specifico, una lampada valorizza l’interazione tra luce e materia.

Light Matter evidenzia il potenziale del design come mediatore tra territorio e cultura, capace di generare soluzioni a basso impatto ambientale ma ad alto valore estetico e sociale.

L’innovatività del progetto risiede nella progettazione integrata di materiale e processo. Il sistema è replicabile, a basso consumo energetico e combina risorse naturali con modalità produttive alternative a quelle industriali.

Installazione “Natura. Trame. Colori” di Angela Vinciguerra e Maria Tirotta

Angela Vinciguerra e Maria Tirotta (Italia)

Natura. Trame. Colori.

Natura. Trame. Colori. esplora la trasformazione delle fibre vegetali locali, in carta artigianale e oggetti di rural design contemporaneo, nonché l’estrazione del colore dai vegetali. L’opera nasce dall’osservazione del paesaggio rurale come sistema produttivo, culturale e simbolico, proponendo una rilettura della materia agricola da scarto a risorsa generativa.

Il progetto si configura come installazione e processo articolandosi in tre momenti: materia, presentata nella sua condizione originaria; trasformazione, che esalta la manualità attraverso processi lenti come macerazione e cottura; forma, una collezione di superfici cartacee per la stampa e il design.

L’imperfezione della fibra diventa identità tramite il recupero di scarti del territorio del Matese (cortecce, erbaggi e scarti agroalimentari come pelli di cipolla o steli d’aglio). Abitanti, agricoltori e artigiani, collaborano al recupero delle materie prime e alla trasmissione di saperi, costruendo economie di prossimità basate sulle risorse e tradizioni autoctone.

Questo modello produttivo riduce gli sprechi ed è replicabile in altri contesti rurali europei. La sua innovazione risiede nell’integrazione tra tecniche tradizionali di lavorazione e l’utilizzo della materia prima prodotta nell’applicazione contemporanea di eco-design; è dunque materiale, sistemica e sociale, poiché unisce sostenibilità ambientale, trasferimento di competenze e valorizzazione culturale del paesaggio rurale.

Installazione “Olea Mucrae” di Davide Viggiano, vincitore della Categoria B

Davide Viggiano (Italia)

Olea Mucrae
Vincitore Categoria B

Valorizza il paesaggio agricolo del Sannio e la filiera dell’olio extravergine di oliva, realizzando un biopolimero a partire dagli scarti della produzione, quali foglie e piccoli rami derivanti dalla potatura degli ulivi, residui generalmente esclusi dai cicli produttivi principali e reintrodotti in un processo di trasformazione sostenibile. Le foglie di ulivo, ricche di fibra lignocellulosica, minerali come azoto, potassio e calcio e composti fenolici naturali, vengono essiccate e micronizzate per diventare la componente strutturale del biomateriale; unite a una matrice naturale biodegradabile, danno origine a un composito 100% biodegradabile e compostabile.

Olea Mucrae si distingue per una texture materica e irregolare, una colorazione verde oliva intensa e un’estetica fortemente identitaria che richiama direttamente il territorio di origine. Oltre al valore simbolico e narrativo, presenta una buona rigidità strutturale e può essere colato in stampi come i polimeri tradizionali, estruso in filamenti per la stampa 3D o trasformato in film sottili e bioplastiche leggere.

Il processo produttivo è innovativo perché integra sostenibilità ambientale, valorizzazione delle risorse agricole ed economia circolare. Costituito da filler di scarti di ulivo e da una matrice di amido naturale, sostituisce i polimeri fossili, riduce gli scarti e, al termine del suo ciclo di vita, può essere compostato o reintrodotto nel suolo, degradandosi nell’arco di 3 mesi e contribuendo alla chiusura del ciclo tra produzione agricola, trasformazione e rigenerazione. Olea Mucrae non è soltanto un’alternativa ai polimeri tradizionali, ma un dispositivo di ecodesign che trasforma il residuo in valore, rafforzando il legame tra materia, territorio e comunità e attivando una filiera territoriale e collaborativa, che permette una produzione decentralizzata e personalizzata per packaging, oggetti di design, artigianato e souvenir locali.

Installazione “The Flock” di Karl Logge e Marta Romani, menzione speciale

Karl Logge (Australia), Marta Romani (Italia)

The Flock
Menzione speciale

Trasforma scarti di lana in micro-tappeti, trasportatori di memoria portatili, tessuti su telai speciali con lana di diverse razze di pecora, cardata e filata a mano, e colorata con tinture botaniche, che materializzano e fanno circolare conoscenze tramandate di generazione in generazione. Attualmente, “Il Gregge” esiste come un’installazione di 30 pezzi che esplora come la lana di razze peculiari fosse un tempo materiale prezioso, ma che, con il passaggio a greggi allevati per carne, latte e formaggio, oggi sia considerata un sottoprodotto di scarto. 

Il progetto è iniziato in Lituania e si è poi sviluppato in Irlanda, Sicilia, Serbia, Svizzera e Germania, collaborando con diversi agricoltori locali per raccogliere lana di scarto e si è ampliato attraverso tessiture realizzate durante residenze artistiche e progetti nomadi.
Ogni filo di lana appartiene a una pecora, che appartiene a un “gregge” e a un pastore, conosciuti attraverso spostamenti itineranti — dai fiumi alle montagne, attraverso valli e pianure e sempre di ritorno al mare.
“Il Gregge” è quindi anche una mappa che viaggia, un processo in continua evoluzione, che cresce man mano che vengono realizzati altri contenitori di memorie, conoscenze, paesaggi e viaggi che aprono nuove possibilità di partecipazione comunitaria ed esplorano diversi formati di installazione site-specific.
Il progetto esiste anche come spazio didattico e riflessivo, che pone la domanda: come possono i gesti delle pratiche artigianali e di convivenza ancestrali diventare un modo per ripensare nuove relazioni collaborative con il più-che-umano?

L’innovatività di quest’opera risiede nella sua temporalità senza tempo, costruita in oltre dieci anni in cui gli artisti hanno assorbito i gesti tradizionali di filatura, tessitura, tintura e lavoro al telaio, trasmessi da Chiara Vigo, maestra tessitrice di una piccola isola della Sardegna, esperta nel tessere lino, lana, cotone, canapa, agave e altre fibre, nell’assemblare 20 tipi di telai e in 124 tecniche di tintura naturale, basate esclusivamente su piante o animali. Questo include anche il design e il metodo di realizzazione dei sacchetti, utilizzando piccoli telai portatili a tavolette che permettono di lavorare in qualsiasi contesto dove si trovi lana, assicurando che possano essere “realizzati da zero”.

Installazione “Designing rural metabolism” di Carme Verdeguer Aguiló, Christoph Hafner e Alessandro Caviasca

Carme Verdeguer Aguiló, Christoph Hafner, Alessandro Caviasca (Spagna)

Designing rural metabolism

I territori rurali non sono economicamente fragili perché mancano di risorse, ma perché il valore ne viene continuamente drenato. Materiali, manodopera, prodotti agricoli e capitali se ne vanno senza un reinvestimento proporzionale. Il progetto interviene su tale struttura attraverso due casi sviluppati a Maiorca, un territorio insulare dove la stagionalità, la dipendenza esterna e la pressione logistica mettono a nudo squilibri metabolici.

Sindi.cat
Il rifiuto come infrastruttura produttiva

Maiorca importa grandi volumi di cartone legati al commercio e al turismo che una volta scartato, viene esportato per il riciclaggio industriale. Il territorio paga per la sua gestione, esternalizzando al contempo il suo valore di trasformazione. Sindi.cat riprogramma il rifiuto con lo sviluppo di sistemi di rifabbricazione locale che convertono un flusso onnipresente in infrastruttura produttiva. Il cartone passa da costo ad asset strategico.

Peplemon
L’eccedenza come risorsa economica Nel caso dei limoni, l’esclusione è guidata dagli standard, non dalla qualità, mentre le infrastrutture di produzione rurale operano al di sotto della capacità o rischiano la chiusura. Peplemon interviene in questa distorsione. La lavorazione locale, il design delle bevande e la strategia di branding, trasformano lo scarto in prodotto competitivo. La sua riprogettazione economica costruisce una narrazione territoriale che anziché cedere, cattura valore, e stabilizza il reddito.

Installazione “Funghi del piede” di Gabriella Crisci

Gabriella Crisci (Italia)

Funghi del piede 

Funghi del piede fa parte di Giardino marginale, un’installazione in fieri di grandi dimensioni. Composta da organismi macroscopici e ispirata alle teorie del “Giardino Planetario” di Gilles Clément, l’opera è realizzata in carta fatta a mano, tagliata e modellata, e canapa avvolta su una struttura di ferro.

Il giardino incarna le caratteristiche del “Terzo Paesaggio”: una zona residua dove muschi, licheni, funghi, muffe e rocce sedimentarie convivono in una disposizione periferica che pare provenire da uno spazio siderale. Questo scenario, predisposto ad accogliere nuova vita, guida lo spettatore in un percorso esplorativo che suscita sentimenti complessi e contrastanti.

Le trame e i dettagli di ogni singola forma vivente, qui ingigantiti, si rivelano in modo inedito: ciò che un tempo appariva trascurabile o persino repellente acquista un valore inaspettato, aprendo a un profondo rapporto sinestetico con l’opera.

I materiali naturali scelti, come carta e canapa, risultano estremamente duttili ma resistenti. La loro capacità di generare mondi immaginari e distopici è accentuata dalla vulnerabilità all’aggressione delle muffe, capaci di mutare nel tempo l’aspetto stesso del giardino.

Installazione “G.R.E.E.N. - Gran Riciclo Eco Etico Naturale” di Angie Bruno

Angie Bruno (Italia)

G.R.E.E.N. – Gran Riciclo Eco Etico Naturale

Installazione “KOBO” di Fabio della Ratta e Muhammed Cessay

Fabio della Ratta (Italia) e Muhammed Cessay (Gambia)

KOBO

Installazione “Lana del bosco. Dalla pecora allo schermo” di Diana Biscaioli

Diana Biscaioli (Italia)

Lana del bosco. Dalla pecora allo schermo

Nato durante la pandemia e sviluppato nel corso di alcuni anni, il cortometraggio Lana del bosco è un’opera multidisciplinare che unisce scene live action girate in una faggeta, disegno animato e animazione stop motion con pupazzi in feltro.

L’impiego del feltro – materiale organico ottenuto dall’infeltrimento del vello animale, principalmente ovino – riflette l’esperienza professionale dell’autrice come feltraia. Questa attività l’ha portata a esplorare il mondo della pastorizia con una sensibilità contemporanea, capace di trasformare un problema critico come lo smaltimento della lana grezza in una risorsa preziosa, valorizzandola come vero e proprio medium artistico.

In occasione della Rural Design Week, l’allestimento Lana del bosco. Dalla pecora allo schermo convoca come elementi espositivi sia il processo sia l’opera, inclusi personaggi, costumi scenici, marionette e campioni di materiale grezzo e cardato, come anche sessioni dimostrative di infeltrimento ad ago e schermi con filmati in loop. In linea tanto con il linguaggio del cortometraggio che unisce la tattilità artigianale alla tecnologia digitale, quanto con l’esperienza situata in chiave performativa.

L’innovazione del progetto risiede a monte, nell’uso del feltro e nella stop motion, che ha trasformato l’estetica e le possibilità tecniche dell’animazione moderna. Qui, l’introduzione della lana cardata ha aperto nuove strade creative.

Installazione “Meitheal” di Karl Logge e Marta Romani

Karl Logge (Australia), Marta Romani (Italia)

Meitheal

Quando l’ordito diventa trama? Come può la filatura trasformarsi in scultura? Può un filo dare forma alla solidarietà? Queste sono le domande che in relazione al mondo rurale attraversano il progetto Meitheal.

Meitheal è una nozione irlandese che descrive atti reciproci di lavoro condiviso in situazioni rurali in cui è richiesta la partecipazione collettiva. Incarna anche compassione e solidarietà, utilizzato per descrivere la tessitura come spazio di condivisione, gesti ancestrali, una modalità di intrecciarsi alla natura e al tempo.

Presentato al Leitrim Sculpture Centre di Manorhamilton con un telaio di 18 metri per una tessitura collettiva, il duo riprende il progetto affinché l’arazzo sociale cresca attraverso lo sforzo collaborativo di molte mani e viaggi verso territori diversi.

In quanto opera nomade che distorce l’ordito di questo arazzo, può essere esposta come un insieme di linee tese che attraversano lo spazio (flying loom) e documentati parallelamente a un processo di arte sociale legato al lavoro con gli agricoltori della zona, per discutere forme di lavoro collettivo e condiviso. La ricerca si estende a lane e fibre di provenienza locale, alla realizzazione del telaio con materiali e artigiani del posto. Meitheal approfondisce i legami intrinseci tra mondo rurale e artigianato, fungendo ciascuno da mezzo per comprendere il design sistemico in termini di scambio centrato sul tempo, sia esso a livello stagionale, intergenerazionale o deep time.

Installazione “Pasto Crudo” di Antonio Altilia, Barbara La Ragione, Valeria Calcagno e Annamaria Mastrantuono

Antonio Altilia, Barbara La Ragione, Valeria Calcagno e Annamaria Mastrantuono (Italia)

Pasto Crudo

Pasto crudo è il dialogo con il territorio, in cui il prelievo della vegetazione e le sue coordinate diventano una mappa che segnala i “punti di contatto” tra uomo e natura, per la realizzazione di matrici che tramite il processo di stampa calcografica, trasferiscono le tracce in segni su di un supporto di carta.

Il progetto è pensato come un’esperienza collettiva, in cui viene realizzata una cena sui generis, in cui arte e cibo si intrecciano tra loro per fornire un’esperienza sensoriale estetica ed intellettuale nel solco del metabolismo rurale.

L’esperienza porta a riflettere sulle risorse fitoalimurgiche locali e la loro valorizzazione in campo nutrizionale e salutare, come materiali possibili per un’arte attenta all’eco sostenibilità e ai processi di economia circolare, ma anche come risorse culturali capaci di essere cibo per la mente e per lo sguardo, per nutrire rapporti sociali che legano storia e tradizioni, risvegliando l’affezione al territorio, imprescindibile.

In questo modo il territorio agisce: nutre, imprime e restituisce, attivando un vero e proprio metabolismo rurale.

Nel passaggio tra corpo e immagine, ciò che viene raccolto non scompare, ma cambia stato, per ritornare ancora una volta come opere gastronomiche, attraverso forme culinarie estete e ricche di antichi sapori.

Installazione “PEZZE'NTRAME(NTE)” del collettivo quiDOVE

Collettivo quiDOVE

PEZZE’NTRAME(NTE)

Il collettivo integra i linguaggi delle arti contemporanee e performative e artigianato locale, utilizza il tessuto e gli scarti come strumento sociale per ricucire legami comunitari e per ampliare e condividere una narrazione collettiva. Il titolo Pezze ‘ntrame(nte) della raccolta delle opere in mostra, richiama con ‘ntrame(nte) l’avverbio napoletano che sottintende il concetto “nel frattempo” svelando al suo interno la parola “trame”, simbolo dell’intreccio tra storie e persone. Pezze ‘ntrame(nte) come a dire “Intanto parliamo di stracci”. I lavori oscillano tra la riflessione emblematica e metaforica, dallo spazio individuale alle dinamiche sociali e le congiunture storiche globali che riguardano tutti, e la valorizzazione interattiva del patrimonio materiale e immateriale di comunità specifiche.

Il collettivo quiDOVE partecipa alla Rural Design Week con Interno. Automatismo tessile di Margherita M.Labbe (2024); L’eredità di… di Francesca Abbate, Valeria Benatti (2026); Tessere accordi di Anna Prestigiacomo (2026); Tessitura di Cristina Torri (2024).

Installazione “Platanera Lab” di Pilar Ureña Escariz e Giuliana Conte

Pilar Ureña Escariz (Spagna) e Giuliana Conte (Italia)

Platanera Lab

Installazione “RiCucio - Storie di ripartenza” della Cooperativa ICare

RiCucio - Storie di ripartenza - Cooperativa ICare (Italia)

RiCucio

La Sartoria Sociale è un progetto di economia circolare e inclusione che trasforma scarti tessili e abiti usati in nuove opportunità. Il progetto coniuga l’economia circolare con l’inclusione socio-lavorativa di persone fragili. Attraverso il recupero e la rigenerazione di capi usati o materiali tessili provenienti da privati e aziende, la sartoria promuove un modello di moda etica e sostenibile che dà nuova vita sia ai prodotti che alle persone coinvolte.

Oltre alla vendita e alla produzione artigianale, il laboratorio si configura come un centro di aggregazione e formazione permanente, dove corsi di cucito e attività educative diventano strumenti per ricostruire legami sociali e promuovere un approccio ecologico nel rapporto tra persona, lavoro e ambiente.

RiCucio – Storie di ripartenza – Sartoria Sociale è un laboratorio concreto e quotidiano per la sostenibilità ambientale, sociale ed economica; un network territoriale che sinergie già esistenti sviluppando ambiti imprenditoriali innovativi; un mezzo per professionalizzare le competenze sartoriali di persone che, per diverse ragioni, hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro; è l’impegno a contribuire a scrivere e farsi portavoce di una storia a lieto fine.

L’innovazione di iCare, di cui la Sartoria Sociale è diretta emanazione, è un modello di innovazione sociale anche per il modello di governance adottato, facendolo transitare dall’ente al progetto.

Installazione “Ruralnauti” di Officine Urbane

Officine Urbane (Italia)

Ruralnauti

La proposta delinea un processo di Metabolismo Rurale Circolare per la Valle del Tammaro, configurando un’architettura di relazioni capace di trasformare le infrastrutture storiche e produttive in stato di latenza, in nodi attivi di un’economia solidale. La strategia mira a ricucire la frammentazione territoriale attraverso la riattivazione di tre matrici: il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, la ferrovia Benevento- Campobasso e la rete dei mulini ad acqua.

Il processo di rigenerazione si fonda sulla sinergia tra l’integrazione del patrimonio dismesso, una mappatura partecipata e una finanza di comunità. Questo approccio trasforma il territorio in un organismo resiliente capace di convertire gli scarti (fisici e strutturali) in risorse preziose, promuovendo un turismo generativo e solidale che evolve di pari passo con le esigenze degli abitanti, sia umani che non umani.

In questo quadro, la comunicazione è un processo di “Narrazione Circolare”: durante la Tammaro Rural Design Week 2026, il progetto prevede la produzione e distribuzione di una serie di cartoline d’autore in stile collage post-digitale. Il visitatore è invitato a scrivere un messaggio sulle cartoline e a condividerne l’immagine sui social network: la fruizione fisica del paese si trasforma in un’azione di promozione extraterritoriale organica, dove il capitale visivo del progetto diventa veicolo di attrazione e partecipazione.

Installazione “Scampoli di memoria” di Ines Fontana ed Edoardo Pernici

Ines Fontana ed Edoardo Pernici (Italia)

Sul filo della memoria

Da aprile a giugno 2025 il progetto Sul filo della memoria è stato in ascolto del paese di Pietraroja.

Un borgo nel massiccio del Matese, caratterizzato da una straordinaria continuità tra il suo antichissimo passato geologico e le vicende umane di distruzione e ricostruzioni, dovute all’instabilità sismica del territorio. Sull’onda di questa complessità e insieme urgenza del ricordo, Sul filo della memoria ha raccolto tracce, interviste, discorsi, conversazioni informali, chiacchiere in piazza, nei cortili, nelle botteghe.

Ha preso forma così una fotografia sonora della comunità, per preservarne la memoria storica e umana.

In questa cornice, un’altra parte del progetto ha sviluppato un laboratorio di trasformazione e creazione del gioiello. Gli abitanti sono stati invitati a riportare alla luce gioielli dimenticati, trasformandoli in oggetti di narrazione personale. Un dialogo fatto di memoria tattile, confidenza, artigianato. Microfono/ registratore e gioiello, sono stati dispositivi d’ascolto e infrastruttura per la narrazione e la memoria tattile.

Di questo progetto, durante la Rural Design Week, Morcone ospita alcune tracce in forma di installazione, riaprendo così con un nuovo innesto, quel processo di prossimità.

Installazione “The Future is Transhumance” di Claire Hanly e Marco Santini

Claire Hanly (USA) e Marco Santini (Italia)

The Future is Transhumance

Ampliando un corpo di letteratura scientifica che identifica i Tratturi come preziosi beni culturali per la rigenerazione dell’economia rurale, il progetto presenta una serie di disegni paesaggistici che illustrano come una combinazione innovativa di riciclo della lana e conservazione delle pecore autoctone, possa rivitalizzare le comunità rurali della Valle del Tammaro attraverso un rilancio della transumanza.

Il progetto adotta modalità di produzione – stampa, ricamo e cammino – intenzionalmente accessibili e dirette, la cui valenza poetica e simbolica esplicita meccanismi di economia circolare unendo sostenibilità ecologica e finanziaria.

Una delle principali minacce per l’allevamento locale di pecore, è l’assenza di mercato per la lana grezza, classificata come rifiuto speciale. Creare usi rigenerativi per questo materiale di scarto, è essenziale per la continuazione della pastorizia e la tutela delle varietà ovine in via di estinzione. I disegni paesaggistici a tecnica mista – disegno, stampa, lana – descrivono cicli di riutilizzo della lana per l’edilizia, isolanti, geotessili e fertilizzanti, supportando la manutenzione del paesaggio e la qualità del suolo.

Questi elementi visivi integrati da trekking e narrazione digitale, rivelano la relazione tra pratiche pastorali, cicli materiali e patrimonio territoriale, trasformando un problema ecologico in risorsa produttiva e offrendo nuove prospettive per l’innovazione rurale nella Valle del Tammaro.

Installazione “IN-Thèrra” di Filippo Clemente e Davide De Carli, vincitori della Categoria C

Filippo Clemente e Davide De Carli (Italia)

IN-Thèrra
Vincitore Categoria C

IN-Thèrra — INfrastruttura Thèmporanea tessile di Rigenerazione Rurale Attivante — interpreta tale eccedenza non come scarto da valorizzare, ma come indicatore di un metabolismo territoriale incompleto. In questa prospettiva, la lana viene sottratta alla sola dimensione tessile e ripensata come materia capace di operare all’interno dei cicli del suolo.

IN-Thèrra si articola attraverso due trasformazioni complementari. La lana sucida, non idonea alla lavorazione tessile, viene sottoposta a processi meccanici a basso impatto per ottenere un fertilizzante organico a lento rilascio (pellet). Parallelamente, fibre residuali e scarti di filatura e cardatura vengono ripensati mediante tecniche manuali di strutturazione tessile, generando superfici porose e permeabili. L’integrazione di questi due flussi produce superfici tessili ammendanti (definite infrastrutture temporanee) che agiscono come interfacce tra materia organica e suolo.

Il manufatto protegge la superficie del terreno, contribuisce alla regolazione microclimatica e accompagna la progressiva decomposizione del fertilizzante, integrando funzioni normalmente separate — protezione e nutrimento del terreno — in un unico elemento che opera attraverso processi di trasformazione progressiva la cui efficacia non dipende dalla permanenza dell’oggetto, ma dalla sua capacità di degradarsi e interagire con il contesto.L’innovazione del progetto risiede nella ridefinizione della lana da eccedenza problematica a componente attiva dei cicli del suolo. IN-Thèrra infatti non introduce un nuovo prodotto nel mercato dei materiali, ma un dispositivo replicabile che riorganizza le relazioni tra eccedenze materiali, pratiche locali e dinamiche ambientali. La sua produzione si basa su processi accessibili e diffusi, a bassa intensità tecnologica, spostando l’attenzione dall’innovazione formale alla compatibilità ecologica e sistemica.
L’ambito di applicazione privilegiato è costituito da spazi privati, pubblici e contesti collettivi — orti condivisi, aree residuali, suoli marginali — dove l’intervento materiale si intreccia con pratiche di cura e manutenzione. In questo quadro, la materia eccedente non viene semplicemente reintrodotta in un ciclo biologico, ma assume il ruolo di infrastruttura discreta capace di sostenere processi di rigenerazione ecologica e di attivazione sociale.

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    INVENTARIO: Mappatura creativa del Matese

    Programma Workshop

    * Tutti gli itinerari proposti verranno realizzati anche in caso di bel tempo (cit. Vaghe Stelle) quindi portate tutto quello che vi occorre, oltre al k-way anche un cappellino e la crema solare, che non si sa mai!

    * Si consiglia un abbigliamento comodo e scarpe da ginnastica (o da trekking per l’itinerario di domenica pomeriggio).

    * Per poter documentare e poi inserire i punti sulla mappa – nel corso delle esplorazioni o al ritorno a casa – i partecipanti sono invitati a portare con sè macchina fotografica e/o smartphone e/o tablet, e anche un semplice taccuino per appunti.

    Sabato 14 Aprile 2018

    Ore 14:30 ritrovo alla Pro Loco di San Potito Sannitico

    Ore 14:30 ritrovo al centro polifunzionale ex-GEZOOV (San Potito Sannitico)

    Dopo una breve introduzione del progetto partiremo per il primo itinerario di esplorazione e mappatura in zone incerte tra rurale e urbano, agricolo e industriale.
    Invitiamo tutti a venire in bicicletta perché il primo itinerario sarà percorso con questo mezzo che ci sta molto a cuore. La bicicletta infatti non solo non inquina ma ci aiuterà anche a vedere, a una velocità diversa, territori che spesso attraversiamo di fretta e senza prestarvi molta attenzione (IMPORTANTE: se non avete una bici e volete partecipare avvisateci e faremo in modo di trovare una bici anche per voi!).

    Domenica 15 Aprile 2018

    Ore 10:00 ritrovo alla Biblioteca di Piedimonte Matese

    Dopo qualche minuto di introduzione per gli amici che si sono persi l’itinerario di sabato pomeriggio partiremo alla volta del secondo percorso, che verrà fatto a piedi. Esploreremo angoli magici e nascosti, ma spesso dimenticati e abbandonati, del cuore storico e culturale del Matese.

    14:30 ritrovo al Palazzo Ducale di Piedimonte Matese

    Dopo qualche minuto di introduzione per gli amici che si sono persi il primo e il secondo itinerario, partiremo alla volta del terzo percorso. Questo itinerario, realizzato in collaborazione con l’associazione Love Matese, ci permetterà di cogliere altre particolarità del sistema Matese: pochi centri urbani collegati fra loro da una rete di sentieri di montagna.

    Giovedì 3 Maggio 2018

    Ore 21:00 presentazione di “Inventario” e proiezione di “Piccola Terra” 

    Ore 21:00 In occasione del Festival Altre Prospettive (San Potito Sannitico, 26 aprile – 12 maggio) Ru.De.Ri presenta Inventario: mappatura creativa del paesaggio del Matese, al Teatro comunale di San Potito Sannitico.
    Nella stessa serata verrà proiettato “Piccola Terra” (2012), un film di Michele Trentini che racconta il paesaggio terrazzato della Valbrenta e le storie delle donne e degli uomini che attraverso l’iniziativa “Adotta un terrazzamento”, stanno cercando non solo di contrastare l’abbandono ma anche di inniettare nuove energie per ri-abitare queste montagne. 

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    Storia del Matese

    La storia del Matese ha origine nel Mesozoico.
    In quel periodo il Matese ancora non esisteva e al suo posto c’era il golfo di un immenso oceano: la Tetide.
    Circa 50 milioni di anni fa, nel Paleocene, la placca Africana – nel continuare la sua avanzata verso nord – comincia a chiudere la Tetide, dando inizio all’orogenesi appenninica e al sollevamento del Matese dai fondali. Nell’Eocene, la Tetide finalmente si chiude lasciando il posto al Mar Mediterraneo. Ancora oggi, il Matese, è un’isola sull’Appennino meridionale, ricca e lussureggiante. In alto mare.

    Compreso fra due regioni (Molise e Campania) e quattro province (Campobasso, Isernia, Caserta e Benevento) questo massiccio montuoso dell’Appennino sannita è diventato Parco regionale dal 1993. L’area, vasta oltre 33.000 ettari, non è omogenea dal punto di vista geomorfologico e socio-economico e non può essere intesa in maniera unitaria, l’economia è piuttosto debole e risente pesantemente dello spopolamento avvenuto nel secondo dopoguerra e della scarsa integrazione tra le diverse attività produttive.

    Margini

    Nell’immaginario collettivo il Matese, come gran parte del Sud Italia, è un margine. Ma il margine è anche un’occasione, la terra promessa di pionieri ed esploratori oltre che un dispositivo culturale. Attraverso INVENTARIO quello che ci proponiamo è proprio di esplorare questo margine. Lo faremo con il corpo ma anche con la fotografia e le nuove e vecchie tecnologie, in quanto strumenti capaci di muoversi tra gli steccati disciplinari e settoriali, così come di varcare frontiere spazio-temporali, ispirare progettualità, riposizionamenti e, soprattutto, contribuire alla ridefinizione stessa di concetti e convenzioni.

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    Cosa sono i catasti comunali?

    I catasti comunali hanno origini molto antiche e sono da sempre costituiti da documenti, mappe e atti vari che permettono di individuare la superficie, i possessori, e la cronistoria delle mutazioni dei beni immobili esistenti sul territorio dello Stato che appartengono tanto a soggetti privati che pubblici (comprese le superfici occupate da strade e acque). Questa modalità di archiviazione, pur utilissima, è tuttavia espressione anche di rappresentazioni e convenzioni che vanno, spesso, rimesse in discussione per poter avviare dei processi di rigenerazione. Chi stabilisce cosa è un bene? Cosa è marginale e cosa centrale? Quali elementi e attività sono risorse e quali carenze?

    Queste nozioni e convenzioni rivestono un ruolo cruciale nei nostri stili di vita, così come nelle scelte abitative e di investimento di singoli e organizzazioni. Avviare, come ci proponiamo con INVENTARIO, un percorso di indagine e mappatura che porti alla realizzazione di un nuovo tipo di catasto ci è pare quindi un’impresa non più rimandabile. Bisogna costruire collettivamente catasti distribuiti e aperti che contengano anche tracce della componente emotiva legata a questi beni, così come degli immaginari e dell’immaginazione che li plasmano non solo per poter scandagliare, comprendere e documentare i territori che abitiamo tutti i giorni, ma anche per poter agire una prospettiva e un’intenzione diversa, e far emergere, insieme alle caratteristiche oggettive, alle difficoltà e alle contraddizioni, anche il potenziale delle risorse – (ri)conosciute e non – di un territorio.